Intervista a Chiara Pellizzer costumista

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Laura Guarducci
SCHIAVON
Se è vero che grinta e determinazione ti portano ovunque nella vita, il percorso di Chiara Pellizzer, 30 anni, di Schiavon, ora costumista teatrale e di danza a Malmo, dove vive da 6 anni, ne è una prova. Le solide basi di sartoria e modellistica, acquisite all’istituto professionale “Andrea Scotton” di Breganze, le sono servite a farsi strada. Il primo traguardo importante è stato conseguire, nel 2010, un bachelor in “Fashion and Textile Design” alla NABA  (“Nuova Accademia di Belle Arti”) di Milano. Al termine degli studi, a 24 anni, la decisione di trasferirsi in Svezia.
Come mai ha voluto mollare tutto per la Svezia?
Dopo l’università, ho sentito l’esigenza di lanciarmi in nuove esperienze all’estero. Sono partita allo sbaraglio, avevo solo qualche contatto. Una mia ex coinquilina svedese mi ha aiutata a trovare un appartamento. Una delle mie prime esperienza lavorative, una volta arrivata lì, è stata con un disegnatore americano, Aniv Von Borche, con il quale avevo già collaborato, durante la NABA (in un photo shooting a Stoccolma, per una collezione).
Quali occasioni si sono aperte?
Sono stata contattata da un piccolo teatro per bambini di Lund,  “Teater Sagohuset” ( “la casa delle storie”),  come assistente di una costumista e regista francese, per uno spettacolo tratto da un libro di Daniel Pennac. Finito questo progetto, mi hanno affidato il ruolo di costumista  per “Il Principe Addormentato” e da lì si sono avviati altri lavori con  vari teatri e compagnie. Hanno creduto in quello che facevo.
È riuscita ad imparare la lingua?
Per due anni e mezzo, usavo solo inglese, ho seguito il corso intensivo ed ora parlo correntemente svedese.
È impegnata in qualche progetto collettivo?
Si. Nel 2014, assieme ad una decina di artisti (scenografi, danzatori, musicisti e drammaturghi) abbiamo formato il gruppo “Kollaborativet”, con il quale sta andando avanti, tra gli altri, il programma “Expedition Frihet” (“spedizione libertà), per il quale io sono l’unica costumista. Realizziamo performance di teatro-danza in luoghi abbandonati, per dar loro una luce nuova. Una fabbrica di zucchero, una serra, una cava di argilla, la stazione dei treni di Malmo. Con lo stesso gruppo, in altro frangente, stiamo preparando, dopo esser stati nelle scuole un laboratorio performativo per bambini sordomuti ed adulti.
Perché le piace il teatro?
Del teatro amo il fatto di lavorare in team, come in una famiglia. Ha, inoltre,  un potere quasi politico: mettere in questione la società e lanciare un messaggio al pubblico.
Può portarci un esempio di una produzione, a forte contenuto sociale, alla quale ha preso parte?
Nel 2016, lo spettacolo “Sinbad” in una chiesa sconsacrata di Malmo con un regista arabo, sul tema dei rifugiati, in svedese, ebraico ed arabo.
Come sta proseguendo il suo lavoro con i bambini?
Ho svolto con una collega un workshop di tessuto teatrale, dove aiutiamo a creare pupazzi con tessuti di scarto.
Ha un suo studio?
Si, condivido un open space nell’ex zona industriale di  Malmo con due ragazzi nel campo dell’ animazione, una scrittrice, un designer delle luci, un gruppo che si occupa di  marionette e un altro impegnato in attività per l’infanzia.
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